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I volti di Mario Caruso
Pubblicazione a cura di Damiano Gagliardi
Caro Mario,
eravamo alla fine degli anni settanta quando ti ho conosciuto. Si era di marzo e
per Spezzano illuminata dal rosso dei tanti fal
ò, vagava un caldo odor di fumo mentre mille e mille faville spente come tanti
fiocchi di neve si adagiavano dolcemente sui nostri corpi ancora protetti dai
cappotti.
Erano anni in cui la gente non aveva molte occasioni per ridere. Anni di
terrorismo, di stragi di stato, di guerra tra bande di malviventi, di lento ma
copioso rientro dei nostri emigranti scacciati dai luoghi di lavoro. Di colpo
le citt
à erano diventate silenziose e tristi.
Col calar della sera le saracinesche si abbassavano presto, la gente spariva
dietro i portoni grigi e sagome umane si potevano intravedere solo attraverso i
finestrini di auto che sfrecciavano veloci. La televisione incominciava a
impossessarsi della nostra vita. Ci faceva anche ridere, ma al chiuso delle
mura di casa nostra insieme e solo con i nostri cari.
Ti conobbi tra litigi dove era stato acceso uno dei falò più belli di quell’ anno. Ero con colei che poi divenne la mia compagna di vita, quando sentii uno
stridulo suono di trombetta e l
’ annuncio, in calabrese senza patria come può essere quello di un arbëresh che parla il dialetto regionale riprendendo le espressioni più vive delle tante parlate locali. Al tuo ingresso in piazza la gente scoppiò in grandi risate; risi anch’ io di quella figura un po’ fuori luogo, con indosso un cappotto dell’ aviazione militare stinto e troppo grande per il suo corpo. Risi di quell’ uomo dagli atteggiamenti remissivi, quasi paurosi, che però diventava autorevole quando faceva l’ annuncio di qualcosa che il brusio della gente non mi faceva capire. Mi pentii
subito di quella risata ingiusta verso chi doveva vivere in quello stato
esercitando il mestiere dello jettabannu, ormai del tutto scomparso nei nostri
paesi. Chiesi chi fosse quella persona oggetto di tanta ilarit
à e chiesi se non fosse ingiusto schernirla in modo così pesante. Un’ amica, continuando a ridere mi rassicurò:
<< mos u preokupar është Mafanxhiku ( non preoccuparti è Mafangicco ) >>.
Solo allora capii che era un gioco; una recitazione attesa e gradita da tutti i
presenti, che mi ricordò l’ arrivo del pazzariello napoletano magnificato dal grande Totò.
Non voglio essere irriverente verso quell’ eccezionale artista, ma penso che molti personaggi, che nel tempo hai
interpretato, sia stato lui ad ispirarteli. Forse lo hai fatto inconsciamente,
senza minimamente pensare di imitare quel grande maestro della risata.
Ho letto molto delle cose scritte su di te, anche se non tutto, e nessuno ha
accostato le tue maschere alla grande scuola napoletana. Tu, che non hai mai
avuto, so anche che quasi sempre la rifiuti, la scena di teatro e, che
travestendoti, ami disperarti nei vicoli del paese per mescolarti con la realtà del quotidiano, portando alla gente irreali personaggi, inattesi e graditi,
racchiudi nei tuoi soggetti sia la grande umanità che il gusto del paradosso di cui si contraddistingue il teatro napoletano.
A me pare che le tue maschere siano del tutto dissimili da quelle goldoniane,
perfette macchine della risata che si esauriscono con l
ì ultimo atto della rappresentazione per rivivere all’ inizio di un’ altra, sempre ricche di tanta tecnica del ridere, ma immensamente isolate da
ogni contesto sociale.
Non così è per i tuoi travestimenti. Popolari, a volte volgari, altre volte irriverenti,
sempre spontanei, ma comunque ancorati a questa realtà e alla filosofia di un popolo come il nostro che ancora conserva – e speriamo a lungo nei secoli – il rispetto per l’ uomo, per i suoi drammi, le sue debolezze, le sue manie, i suoi sentimenti.
Guardando attentamente le tue creazioni porta a queste semplici conclusioni:
paradosso, spontaneità e umanità possono essere individuate nelle sempre diverse maschere che crei
brillantemente e che hai storicizzato solo con la fotografia. Caratteri che,
quasi sempre viaggiano insieme, ma in alcune occasioni si distaccano per
marcare, quasi volutamente, i tratti particolari di ogni personaggio.
In tanti anni le tue rappresentazioni, improvvisate e senza testo, le hai
recitate soltanto una sola volta nelle strade e nelle piazze della tua
Spezzano. Non hai, dunque, una scena stabile dove
è possibile vedere i tuoi personaggi; quello che hai ideato nei dialoghi o nel
contatto con il pubblico della strada si
è dileguato nel vento e nel tempo.
Di tutto ciò poco esiste, se non una grande documentazione fotografica. Decine e decine di
foto, uniche depositarie delle tue creazioni.
Mi hai chiesto di dare un giudizio su quelle immagini. Non è facile né giudicare né analizzare quel patrimonio espressivo che hai costruito con lungimiranza e che
dovrai custodire con grande attenzione. In quegli album non sono raccolti solo
i mestieri e i lavori che giorno per giorno svaniscono come le stagioni; lì ci sono sentimenti intimi e collettivi, che hai saputo coraggiosamente
comunicare dietro una maschera e che possono essere capiti soltanto legandoli
alla tua storia personale. In qualche parte ho letto episodi sulla tua
infanzia. Racconti la fame, la grande e inestinguibile fame di cui soffrivi, la
povertà che ti circondava durante il dramma della guerra.
Raccontando con semplicità di te stesso affronti i temi della paura, della sofferenza, della solidarietà. E’ bello il racconto di Costantino l’ albanese, che soffre nel sentirti piangere perché hai fame e che ti porta a rubare fichi pur di calmarti. E poi c’è l’ arrivo del proprietario che prima si avventa col bastone contro i ladri, ma
poi, quando conosce le ragioni del pianto del bambino, si commuove e glieli
offre.
Piccole storie umane, fatti reali e vissuti, che solo a raccontarli diventano
scuola di vita, invito alla solidarietà, riflessione sul valore dei sentimenti e dei comportamenti di ciascuno di noi.
Racconti quei fatti non per auto-commiserarti, ma solo per ricordare i momenti tristi e travagliati dell’ infanzia sapendo che il filo conduttore della tua esistenza è stata la consapevolezza che ognuno di noi è costretto a viaggiare in quella lunga notte di cui parla il grande Edoardo e
nella quale
è facile perdersi o fermarsi, ma che pur dobbiamo attraversare per raggiungere l’ aurora di un nuovo giorno al quale seguirà poi un'altra notte.
Non sono un critico d’ arte drammatica né uno studioso di teatro e recitazione. Non posso esprimere giudizi che , forse,
altri, con tecnica professionale e visione analitica, possono ribaltare in
qualsiasi momento.
Confesso che neanche mi interessa più di tanto scendere in un campo che non è mio.
Voglio soltanto farti sapere che nelle tue foto ho visto l’ ironia sulla presunzione della gente, il sorriso che sminuisce le grandi
sofferenze, la filosofia di questo Sud, così povero economicamente ma tanto ricco di umanità e solidarietà da viaggiare con decenni di anticipo rispetto a tante e tante altre regioni
benestanti lungo la strada del pensiero civile e solidale.
Per questo ho accettato volentieri di esprimere il mio pensiero sui personaggi
delle tue fotografie, anche se
è difficile parlare di esse, perché parlano da sole, e, … sufficientemente.
I mass - mediologi, dicono che le immagini sono catalogabili come media freddi,
ossia strumenti di comunicazione in cui la fantasia di chi percepisce rimane
passiva e statica. Mi sembra che quei volti invertano questo schema di
classificazione e si schierano nel campo dei media caldi per i quali la
fantasia di ciascuno può liberamente esprimersi, inventandosi luoghi, immagini e figure interiormente
personalizzate.
Le tue capacità espressive sono ben definite dalla complessità dell’ immagine fotografica. Ti si evidenzia una vis comica esclusivamente popolare.
Organizzando
il funerale di Carnevale, il matrimonio di una prostituta, riesci ad esaltare
tutto il grottesco che lì immaginario collettivo ha accumulato nei secoli. Chi ti sta vicino e partecipa
alla tua finzione diventa contemporaneamente attore protagonista. In questo
modo, i tuoi occasionali partners si trasformano in personaggi comici al tuo
pari.
A ciascuno di essi sai assegnare una maschera di grande efficacia e, così, il pianto della vedova, l’ attenzione dei suoi amici nel consolarla, pur nel grottesco dello sviluppo
della recitazione, diventano espressioni reali che scavalcano la finzione
interpretativa perché hanno indossato una veste recitativa che per tutta la durata della farsa
diventa vera personalità del personaggio.
Andando a restringere la focale dell’ obbiettivo sulla vis espressiva della tua faccia, di riscopro attore ancor
diverso e molto ricco. Non sei più semplicemente “lu jettabannu”, né la madre di Carnevale. Vai oltre, e inconsciamente scendi in mezzo all’ umana drammaticità che altro non è se non il sentiero che conduce al teatro napoletano. La maschera non fa solo
ridere, piuttosto fa pensare su destino dell’ uomo. Essa è un volto che esprime i sentimenti, la storia, i bisogni del popolo calabrese,
crogiuolo delle mille culture mediterranee.
Quanti contrasti espressivi si intravedono in quelle facce! In esse vedo la
cultura contadina del villaggio meridionale in nulla accomunabile a quella
industriale e metropolitana; ci sono sentimenti della festa, il magico momento
della serenità umana anche se consapevole della sua caducità; ci sono le magiche illusioni popolari e le figure dell’ immaginario collettivo meridionale, i sentimenti di riscatto di una prostituta
che dal fondo della sua emarginazione cerca la sua dignit
à di donna.
Queste sono le sensazioni che ho provato nell’ osservare attentamente, quasi sacralmente direi, la catasta di immagini che
tante volte ho rigirato tra le mani senza mai vederle uguali l’ una all’ altra. Per questo… ho concentrato lì attenzione particolarmente sui volti dei tuoi travestimenti. Non per rimarcare
una differenza con quanti prima di me… hanno dedicato la loro qualificata attenzione ai tuoi personaggi, ma, solo e
semplicemente, per evidenziare la ricchezza espressiva e trasformistica della
tua faccia.
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Qui sei gentile intellettuale, leggermente effeminato, e poi bastano...
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... un semplice pizzetto finto e una bombetta per far di te un decadente
personaggio dannunziano pronto al suicidio per il tradimento di una donna.
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Una parrucca, un vistoso papillon a pois e un paio di occhiali ti fanno
diventare un addomesticatore di....
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Questa fotografia non ha bisogno di alcun commento: essa parla da sola. Ma
spesso, ti sono sufficienti un copricapo, una cravatta... e un paio di baffi
posticci per trasformarti in tante diverse maschere.
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.....galline, per poi essere un affettuoso
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Geppetto che con amore costruisce il suo burattino.
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Nell’ album dei tuoi ricordi questa è una foto importante.
E’ tratta dal film girato per la Rai “Amore e morte di Francesco
l’ emigrante”. Non è molto nitida, ma basta per evidenziare il realismo con cui osservi la gente. Ti
sono sufficienti un tipico berretto delle zone fredde, una cravatta fuori moda
e una camicia dal collo inusitamente vistoso per tramutarti in uno dei tanti
emigranti calabresi nelle fredde regioni del Nord Europa.
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E’ semplice indossare i panni dell’ arbitro di calcio.
La foggia e lo stile sono tipici. Non atrettanto sicuro e convincente è l’ aspetto dell’ arbitro che segue, troppo infreddolito e poco rasato per essere un superman dei
campi di calcio.
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Poi senza trucco e baffi diventi contadino, senza abbandonare ‘ì espressione malinconica precedente, quasi a sottolineare l’ amaro destino che da secoli angoscia questa terra del Sud.
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Sottile è l’ ironia verso il mito della caccia.
Questo viso dalla espressione spaurita nulla ha da spartire con i tanti
cacciatori che vediamo consumare migliaia di colpi per abbattere qualche
innocente fringuello o pettirosso. Ai tanti baffuti e aggressivi Rambo della
doppietta facile contrapponi un poveruomo, magari impiegato dallo stato, che si
sta chiedendo se serve a qualcosa scarpinare per boschi inseguendo il mito dell
’ uomo forte e maschio.
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L’ espressione del duro ti rimane anche quando diventi prete. Tutti sappiamo dove
può arrivare la bramosia e l’ ingordigia di un parroco di paese, specialmente tra le sue ... parrochiane.
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E poi chi potrebbe pensare che questo calzolaio sia la stessa persona che
successivamente si trasforma...
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Se poi è giovane, bello e moderno il suo sorriso sarà maggiore. Stessa sorte non toccherà al pretucolo che segue...
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..... in un baffuto pescatore ?
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E , poi, scavalchi i confini del nostro costume per diventare un cacciatore di taglie nel
mitico Far West dei fumetti che si porta dietro una bara come se fosse un
cagnolino da passeggio.
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.....Povero novello Don Abbondio che già nel suo modo di vestire annuncia gli stenti di una vita solitaria per una “missione” poco ripagante.
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2008©By Franco Garofalo Communications
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